Abitare Femminista

“Creare il mondo implica sia il processo di immaginazione che quello di creazione di uno o più spazi in cui le cose possano svolgersi in un altro modo”

“La città femminista” di Leslie Kern

Sono arrivata ad esprimere con questi due termini -Abitare e Femminista- la mia pratica professionale, frutto di anni di esperienze nella progettazione di habitat domestici, indissolubilmente legata ad un percorso personale di progressiva ricerca del “mio posto”. In questo momento storico -individuale e culturale- credo di poter dare una definizione (comunque non esaustiva ma indicativa) dei valori che scelgo di usare come indicatori nel processo di trasformazione dello spazio che si abita.

Abitare quindi è il primo termine: non architettura, intesa come manufatto spaziale a cui si fa riferimento immaginando la progettazione, bensì un verbo, che rimanda alla dinamica con cui si vivono e si plasmano gli spazi. Abitare come possibilità di scegliere il modo in cui si abita; ed osservare, fino ad ora, come abbiamo abitato, cosa ha condizionato le scelte dell’abitare e quanto, oggi, quelle scelte possano essere messe in discussione con l’obiettivo di accogliere una trasformazione volta alla cura di sé ed al miglioramento della qualità della vita, individuale e collettiva. (nota 1)

“Abitare” dal vocabolario Treccani:

2.Quando è usato senza complemento oggetto, abitare significa risiedere, alloggiare, cioè avere la propria casa in un luogo o in una zona (a. in una bella casa; a. in un quartiere centrale; a. al mare, sulle montagne; abita a Milano; abito sul Lungotevere; abitano in piazza Italia). La dimora può essere anche intesa in senso figurato, come posto dove si trova qualcosa o qualcuno (passioni che abitano dentro di noi; Dio abita nel cuore dei giusti).

“Abitare come posto dove si trova qualcosa o qualcuno”; ed aggiungo “scegliendo il modo in cui stare”, partendo dalla propria realtà contingente -nel tempo e nello spazio- e, allo stesso tempo, osservando le relazioni con il contesto affettivo, sociale, culturale, economico, politico.(nota 2)

“Femminista” è un aggettivo che rimanda ad una storia culturale e politica vasta ed in continua evoluzione e può essere quindi ambiguo. Ritengo necessario esprimere la connotazione con cui lo uso. Il legame più immediato è nella “pratica femminista” riferendomi quindi ad un modus operandi partendo dalla scelta degli indicatori con cui osservare la realtà e, allo stesso tempo tempo, definendo un macro obiettivo: ribadendo l’assunto che la progettazione non è neutra come non lo sono le persone che abitano gli spazi, il processo di progettazione non può rispondere indistintamente alle esigenze di chiunque, perchè siamo tutte e tutti differenti.

La lente d’osservazione del femminismo mette in luce ed in relazione ambiti diversi eppure interconessi, che nel “sistema casa”, inteso come espressione dell’abitare, offre una visione ampia di riflessione e nuove chiavi per rispondere ad un cambiamento profondo volto alla cura di sé come parte di una collettività.

“Costruire una visione femminista dell’economia significa allora andare a svelare le carte truccate del gioco, raccontare i problemi, le diverse forme di disuguaglianze che sperimentano le donne ma anche tutte le capacità, i talenti e le risorse che usiamo e “vediamo” nella nostra dimensione privata, ma non riconosciamo nella narrazione generale.”

“signora economia”, Giovanna Badalassi e Federica Gentile

In questo testo, ad esempio, si sottolinea proprio come sia il paradigma che va messo in discussione: “andare a svelare le carte truccate del gioco” ossia osservare criticamente da dove arrivano e come sono state formulate le domande a cui rispondere.

Anche in architettura il femminismo può mettere in luce che è lo stesso processo di progettazione che ha bisogno di cambiare; gli spazi abitati da uomini e donne, legati da relazioni personali, sociali e culturali, tra loro e con il territorio, hanno il potere di agevolare o invece limitare il quotidiano.

La costruzione -o trasformazione- di uno spazio ha l’obiettivo di rispondere alle esigenze di chi lo abita: l’approccio dell’abitare femminista osserva i bisogni, i desideri, i confini ponendosi in forma critica per mettere in dubbio la formulazione degli indicatori, inevitabimente frutto di una prassi consoidata e di una cultura della prgetaazione stessa.

E’ indiscindibile quindi il legame con i contesti sociali e culturali anche nella progettazione degli ambienti privati, perchè abitati da uomini e donne “in relazione”. Nella trasformazione della casa che si abita -e non solo della città- è necessario tenere conto di tutte le implicazioni, le inter relazioni ossia l’intersezionalità necessaria per osservare la realtà, con la consapevolezza di quanto le “credenze personali” possano condizionare le richieste stesse: una pratica femminista riformula le domande prima ancora di dare risposte, perchè ha la grande ambizione di mettere tutto in discussione partendo dalla certezza che, finora, gli strumenti che sono stati elaborati per dare risposte (in ogni ambito) non sono state né esaustive né realistiche.

“Ripercorrendo la traiettora intrapresa dal femminismo accademico in molte discipline, le geografe femministe spesso hanno attinto al proprio vissuto per esplorare il ruolo in cui la discrimanazione di genere si collega ad altre disaguaglianze sociali e il ruolo che lo spazio ha svolto nella strutturazione dei sistemi di oppressione”

“La città femminista”, Leslie Kern

Come le geografe e le urbaniste femministe, anche io attingo dal mio vissuto e dal mio percorso, inscindibili anche nella pratica professionale.

E se il mio obiettivo è progettare degli spazi personali che accolgano chi li abita rispondendo tanto alle esigenze quanto ai desideri, è per me consequenziale scegliere la lente femminista come strumento preferenziale perchè risponde sia all’intersezionalità con cui si osserva lo spazio privato (“un altro modo”), sia alla ricerca di una “inversione di rotta”, urgente quanto necessaria per una collettività fatta di persone differenti in un mondo che ha bisogno di cura ed attenzione nuove.

  • Nota 1

“Dunque, dopo il ripristino della comunicazione tra l’abitante e, diciamo, la sua futura abitazione (questa comunicazione è più importante di quella che avrebbe potuto avere con l’architetto, ed è questo il vero fine del metodo che ho voluto illustrare), l’abitante diventa autopianificatore (…)”

“L’architettura di sopravvivenza” di Yona Firedman; dal capitolo “l’architettura decisa dall’abitante”

  • Nota 2

“Come possiamo invertire la rotta? (…) Sicuramente cambiando stile di vita con pratiche di mutazione culturale quotidiane, ma anche con capacità di visione sul futuro. (…) Immaginare la casa del futuro, vivere in maniera ecologica sia da un punto di vista sociale sia ambientale, richiede di pensare un nuovo approccio all’abitare lo spazio e il tempo, un cambiamento strutturale del nostro modo di attraversare il mondo.”

“La casa vivente” di Andrea Staid

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